Made in Italy alimentare: quanto vale il brand nel 2026

Made in Italy alimentare: quanto vale davvero il brand nel 2026, tra social media e Italian sounding

Il 36% dei consumatori globali paga un premium per il cibo italiano — in Cina è il 93%. I dati sul valore del brand e sulle sue minacce

Il food italiano vale quasi quanto il lusso: i dati dell’Osservatorio Pulse-Eumetra

Uno studio pubblicato a febbraio 2026 offre uno dei quadri più aggiornati e dettagliati sul valore percepito del Made in Italy alimentare a livello internazionale. L’Osservatorio ‘Made in Italy in the Social Media Age’, commissionato da Pulse Advertising e realizzato con Eumetra su oltre 2.500 consumatori in Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia e Cina, misura per la prima volta la penetrazione del Made in Italy nel mondo attraverso i social network.

Il dato principale: il 36% dei consumatori globali intervistati si dichiara disposto a pagare un sovrapprezzo per prodotti alimentari italiani, contro il 44% registrato per il settore moda — un divario contenuto che segnala quanto il cibo italiano si stia avvicinando al potere di pricing tipicamente associato al lusso.

Il dato più sorprendente riguarda la Cina, dove il 93% degli intervistati dichiara di essere disposto a pagare un prezzo premium per il food italiano — la percentuale più alta tra tutti i mercati analizzati. Nei mercati occidentali la disponibilità varia dal 65% al 74% per il Made in Italy in generale, con dati specifici per il cibo che si attestano al 70% in Germania (43% disposto a spendere di più specificamente per il cibo italiano) e al 40% negli Stati Uniti.

I social media come motore della percezione: numeri per paese

Lo studio evidenzia quanto i social media siano oggi il principale acceleratore della percezione del Made in Italy: il 91% dei consumatori cinesi dichiara che i social influenzano la propria percezione del Made in Italy, seguito dal 64% negli Stati Uniti, 58% in Germania e Regno Unito, 57% in Francia. In Cina, quasi un consumatore su due (46%) scopre nuovi brand italiani proprio attraverso i social media, contro il 25% in Germania.

Il cibo è il secondo settore più presente nei feed social dedicati al Made in Italy (31%), subito dopo la moda (48%). Il ruolo degli influencer emerge come determinante in particolare in Cina, dove il 58% dei consumatori considera i creator più efficaci dei canali ufficiali dei brand nel comunicare il Made in Italy (54%), e l’83% dichiara di fidarsi dei loro consigli — una percentuale che scende al 56-57% nei mercati occidentali. Il 94% degli intervistati cinesi afferma che i contenuti dei creator influenzano direttamente le proprie decisioni d’acquisto.

Un dato specifico per il settore food: secondo l’analisi, tra i marchi alimentari italiani più citati come rappresentativi del Made in Italy nel mondo figurano stabilmente alcuni grandi nomi della pasta, del caffè e del dolciario, con un risultato particolarmente rilevante in Cina.

La ricerca identifica tre codici culturali dominanti attraverso cui i consumatori globali interpretano il concetto di ‘Italia’: stile ed eleganza (driver principale, 29-38% a seconda del mercato), artigianalità tradizionale (15-31%, con picchi in Cina e Francia) e garanzia di qualità (15-27%, particolarmente forte in Regno Unito e Cina).

TUTTOFOOD 2026: numeri record per l’incontro tra domanda estera e offerta italiana

La domanda internazionale di prodotti alimentari italiani si è tradotta in numeri concreti anche sul piano fieristico. TUTTOFOOD 2026, la manifestazione internazionale dedicata al food & beverage organizzata da Fiere di Parma a Milano, ha registrato 123.000 presenze, di cui 27.000 operatori esteri, con una crescita del 30% rispetto al 2025. La fiera ha occupato 10 padiglioni per 82.000 metri quadrati espositivi sold out, riunendo 5.000 brand (circa il 30% internazionali) e 4.000 top buyer esteri.

Tra le aree di mercato più promettenti emerse durante la fiera figura il Golfo, dove una nota catena retail premium attiva in Emirati Arabi Uniti, Oman e Arabia Saudita ha confermato una crescita del business private label italiano fino al +40% anno su anno, trainata dai consumatori high-end della regione. Anche l’Asia si conferma direttrice promettente: secondo quanto emerso a TUTTOFOOD, uno dei principali marketplace e-commerce della Corea del Sud ha segnalato un interesse crescente del consumatore coreano verso prodotti autentici italiani.

L’Italian sounding: la minaccia che pesa più della concorrenza estera

Se il valore del brand Made in Italy è solido, la sua protezione resta un problema aperto. Uno studio presentato il 10 aprile 2026 in occasione del Made in Italy Day, commissionato dalla Made in Italy Community a TP Infinity (divisione di Teleperformance Italia specializzata in ricerche di mercato), condotto su 1.000 consumatori italiani e 800 esteri, mostra che l’86% degli italiani compra prodotti nazionali — ma all’estero un consumatore su due cade nel cosiddetto ‘Italian sounding’: l’acquisto inconsapevole di un prodotto che si presenta come italiano senza esserlo realmente.

Come commenta Roberto Santori, fondatore della Made in Italy Community: ‘il dato più rilevante che emerge da questa ricerca è che il Made in Italy non rischia di perdere attrattività, ma di perdere riconoscibilità. Quando quasi un consumatore su due all’estero acquista inconsapevolmente un falso prodotto italiano, significa che il valore c’è, ma non è abbastanza chiaro né protetto’.

Una ricerca separata di Cia-Agricoltori Italiani (Trend ‘Coltivare Sicurezza, Attrarre Futuro’, maggio 2026) conferma la portata del problema: il 45% degli intervistati indica il falso Made in Italy come rischio più preoccupante per il settore agroalimentare, superiore persino alla concorrenza estera a basso costo. Il 52% ritiene che l’Italian sounding danneggi direttamente immagine e vendite del vero prodotto tricolore, mentre il 27% parla esplicitamente di sottrazione di quote di mercato.

Cosa pensano gli italiani del proprio Made in Italy alimentare

Sempre secondo la ricerca Cia, il 51% degli italiani indica il Made in Italy come fattore determinante nell’acquisto alimentare, davanti al prezzo (41%) e alla stagionalità/chilometro zero (circa 34%). Sul piano internazionale, il 58% degli italiani ritiene che chi acquista Made in Italy all’estero cerchi qualità e autenticità, e per 1 italiano su 5 il prodotto agroalimentare nazionale ‘non ha rivali’.

Un dato che merita attenzione per chi opera in categorie diverse dai grandi classici: il 43% degli italiani ritiene che l’eccellenza alimentare del proprio paese sia riconosciuta all’estero solo in alcune categorie iconiche — vino, pasta, olio — una fama percepita come concentrata su pochi prodotti simbolo, piuttosto che estesa a tutto il comparto agroalimentare.

Questo dato è coerente con quanto emerge da un’analisi accademica sulla percezione del Made in Italy nei mercati esteri: quando si chiede ai consumatori internazionali quali siano i primi prodotti italiani che vengono in mente, la pasta è al primo posto, seguita da abbigliamento e calzature, vino, pizza e altri cibi — mentre categorie come il bakery confezionato non emergono tra le prime associazioni spontanee, a differenza dei prodotti-simbolo storici.

Cosa significa per un produttore alimentare italiano nel 2026

I dati raccolti suggeriscono alcune implicazioni concrete. Primo: il potere di pricing del Made in Italy alimentare è reale e misurabile (36% globale, 93% in Cina), ma non è uniforme: i mercati asiatici mostrano una disponibilità a pagare significativamente superiore rispetto a quelli occidentali, il che suggerisce priorità diverse nell’allocazione degli investimenti commerciali internazionali.

Secondo: i social media sono oggi il principale canale di scoperta e di costruzione della fiducia per i brand alimentari italiani all’estero, in particolare in Cina — un dato che rende la presenza sui social non un’opzione di marketing accessoria ma un elemento strutturale della strategia di internazionalizzazione.

Terzo: il rischio di Italian sounding non va sottovalutato, soprattutto per i produttori che non hanno ancora una presenza consolidata in un mercato: un consumatore su due all’estero rischia di confondere un falso prodotto italiano con quello autentico, il che rende la comunicazione chiara dell’origine — stabilimento, territorio, certificazioni verificabili — un elemento di protezione commerciale oltre che di marketing.

Quarto: per i produttori di categorie meno iconiche del Made in Italy alimentare (43% degli italiani ritiene la fama concentrata su vino, pasta, olio), la sfida comunicativa è costruire consapevolezza specifica di categoria, non limitarsi a beneficiare passivamente dell’alone generico del Made in Italy — un lavoro di comunicazione che richiede tempo e investimento mirato.

Fonti

Pulse Advertising / Eumetra, Osservatorio ‘Made in Italy in the Social Media Age’ (febbraio 2026), riprese su Linkiesta, Food Affairs e FoodWeb. Exportiamo.it, ‘Made in Italy alimentare: i nuovi mercati dell’export’ — dati TUTTOFOOD 2026. Agenzia Aise, studio Made in Italy Community / TP Infinity presentato al Made in Italy Day (aprile 2026). Food Affairs, ‘Il 51% degli italiani compra solo Made in Italy’ — ricerca Cia Trend ‘Coltivare Sicurezza, Attrarre Futuro’ (maggio 2026). Tesionline, analisi accademica sulla percezione del Made in Italy nei mercati esteri.

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