Dazi USA e agroalimentare italiano: i numeri reali

Dazi USA al 15% e agroalimentare italiano: cosa dicono i numeri reali del 2025-2026

Vino a -28%, olio a -40%: l’impatto concreto delle tariffe sul Made in Italy alimentare e le implicazioni per chi esporta

Dal 15% teorico al -23% reale: la cronologia dei dazi USA-UE

Il 27 luglio 2025 Ursula von der Leyen e Donald Trump hanno raggiunto un accordo commerciale che ha fissato al 15% il dazio USA sulla maggior parte delle merci europee, incluso l’agroalimentare, con entrata in vigore dal 1° agosto 2025. È stato presentato come un male minore rispetto all’ipotesi iniziale del 30%, ma l’impatto sui numeri reali dell’export italiano si è manifestato molto rapidamente.

Secondo i dati ISTAT elaborati da Coldiretti, ad agosto 2025 — il primo mese con il dazio del 15% pienamente in vigore — l’export agroalimentare italiano verso gli Stati Uniti è crollato del 23% su base annua. Il trend di crescita che tra gennaio e agosto 2024 aveva un valore di 802 milioni di euro si è sostanzialmente azzerato: nello stesso periodo del 2025, secondo le stime di Cia-Agricoltori Italiani, la crescita è stata di appena un milione di euro.

Guardando al bilancio dell’intero 2025, l’export agroalimentare italiano ha comunque chiuso a un livello record di circa 73 miliardi di euro a livello globale — ma con gli Stati Uniti scesi al terzo posto tra i mercati di destinazione, superati dalla Francia. Il mercato americano ha chiuso il 2025 a 7,5 miliardi di euro, in calo del 5% sul 2024 (fonte Coldiretti su dati ISTAT).

I primi mesi 2026: la contrazione si aggrava per vino e olio

I dati più recenti, relativi ai primi quattro mesi del 2026 e ripresi da Agrisole sulla base delle rilevazioni dell’US Census Bureau, mostrano che la frenata non si è esaurita: le principali categorie del Made in Italy alimentare hanno registrato una contrazione complessiva vicina al 25% in valore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Il prodotto più colpito è il vino, tradizionalmente il primo comparto agroalimentare italiano sul mercato statunitense: tra gennaio e aprile 2026 le importazioni USA sono scese da 840 a 605 milioni di dollari, una flessione del 28% in valore e del 18% in volume. Ancora più marcato il calo dell’olio d’oliva, che perde il 40% in valore (fermandosi a 223 milioni di dollari) e il 33% in quantità.

Per contestualizzare la rilevanza del mercato USA per l’agroalimentare italiano: nel 2024, prima dell’introduzione dei dazi, gli Stati Uniti valevano 7,8 miliardi di euro di export agroalimentare, di cui 1,9 miliardi solo di vino — il singolo comparto più esposto. ISMEA nel suo Rapporto Agroalimentare 2025 definiva gli USA uno ‘sbocco imprescindibile’ per il Made in Italy, trainato da vino, olio, pasta e formaggi stagionati.

Quanto costa in totale: le stime sull’impatto economico

Le stime sull’impatto complessivo dei dazi sull’export italiano (tutti i settori, non solo l’agroalimentare) variano a seconda della fonte e del metodo di calcolo. Il Centro Studi di Unimpresa ha modellato tre scenari — basso, medio, alto — indicando un impatto compreso tra 7 e 8 miliardi di euro sull’export italiano complessivo, con l’agroalimentare che pesa per circa 0,9 miliardi di euro netti su un export verso gli USA di 8 miliardi.

Stime più ampie, citate da fonti vicine al governo dopo l’accordo di luglio 2025, indicano un impatto diretto dei dazi al 15% sull’export italiano complessivo nell’ordine di 8-10 miliardi di euro per il solo 2025, a cui si aggiungono gli effetti della svalutazione del dollaro rispetto all’euro — un fattore che pesa quanto il dazio stesso sulla competitività di prezzo dei prodotti italiani negli Stati Uniti.

Uno studio di Assolombarda basato sui dati World Bank-WITS quantifica in modo più granulare l’esposizione settoriale: i prodotti agroalimentari coinvolti in un regime di dazi reciproci valgono circa 1,9 miliardi di dollari di export, con un incremento tariffario stimato di 5,8 punti percentuali rispetto alla situazione pre-2025.

La reazione delle imprese: diversificazione verso altri mercati

Un dato interessante emerso dall’analisi Finera sui dazi è che l’export italiano extra-UE nel suo complesso è comunque cresciuto del 7,5% nel primo semestre 2025 secondo ISTAT — un segnale che le imprese italiane stanno attivamente cercando nuove rotte in mercati alternativi agli Stati Uniti, in particolare Medio Oriente, America Latina, ASEAN e Africa.

Questa diversificazione è coerente con quanto osservato anche nei dati Nomisma sull’export agroalimentare 2025: mentre gli Stati Uniti segnano un -4,5%, l’Europa cresce del 7,3% e mercati come la Polonia (+21,6%) e la Spagna (+13,0%) mostrano una dinamica molto più favorevole. Per i produttori italiani, il messaggio è coerente su più fonti: nel breve periodo conviene consolidare la presenza nei mercati europei in crescita, piuttosto che continuare a investire risorse commerciali limitate su un mercato USA sotto pressione tariffaria.

Un sondaggio Coldiretti/Censis citato da più fonti indica che l’81% degli italiani chiede all’Unione Europea di riaprire le trattative con l’amministrazione statunitense per ottenere esenzioni sui prodotti simbolo del Made in Italy — vino, formaggi, salumi — mentre il 79% dei cittadini europei si aspetta una maggiore incisività da parte della Commissione UE nei futuri negoziati. Al momento, tuttavia, non ci sono garanzie ufficiali di esenzioni settoriali.

Cosa significa per un’azienda che esporta prodotti da forno

I dati più drammatici sui dazi riguardano vino e olio d’oliva — i comparti storicamente più esposti sul mercato USA. Per i prodotti da forno, che secondo SACE hanno comunque registrato un +3% nell’export agroalimentare complessivo del 2025 (dato aggregato globale, non specifico USA), l’impatto diretto dei dazi non è quantificato con lo stesso dettaglio nelle fonti disponibili — un’indicazione indiretta che il comparto bakery non è tra quelli più esposti nella lista dei prodotti simbolo colpiti dalle tariffe reciproche.

Questo non significa che il dazio del 15% sia irrilevante per chi vende grissini, biscotti o prodotti da forno negli Stati Uniti: significa che l’impatto va valutato caso per caso, in funzione del posizionamento di prezzo del prodotto specifico. Come emerge dall’esperienza di altri comparti, il consumatore americano che acquista prodotti italiani premium per la loro autenticità tende ad assorbire un aumento di prezzo moderato meglio di quanto non faccia il consumatore di prodotti di fascia media, dove la sensibilità al prezzo è più alta.

Per chi valuta l’espansione o il mantenimento della presenza sul mercato USA, i dati suggeriscono un approccio prudente: monitorare l’evoluzione del cambio euro-dollaro (che secondo più fonti amplifica l’effetto del dazio), valutare se il proprio posizionamento di prezzo consente di assorbire il 15% senza perdere competitività, e — parallelamente — non concentrare tutte le risorse commerciali su un singolo mercato in una fase di elevata incertezza tariffaria.

Fonti

Coldiretti, dati ISTAT su export agroalimentare verso USA (ottobre 2025 e maggio 2026). Alimentando, ‘Dazi USA, export agroalimentare italiano in frenata’ (giugno 2026, dati US Census Bureau via Agrisole). De-Gustare, ‘La politica dell’incertezza: dazi, guerra e agroalimentare italiano’ (maggio 2026). Il Sole 24 Ore, cronaca dell’accordo UE-USA sui dazi (luglio 2025). Unimpresa, Centro Studi, stima impatto dazi 15% su export italiano. Assolombarda, Centro Studi, analisi settoriale dazi USA su dati World Bank-WITS. Finera, ‘Nuovi dazi USA-UE: gli effetti sulle imprese italiane’.

Delizie Bakery — Cherasco (CN) — info@deliziebakery.com