Certificazione IFS Food: perché è ormai un requisito per la GDO
Certificazione IFS Food: perché è diventata un requisito, non un’opzione, per vendere alla GDO
20.000 certificati nel mondo, audit in crescita del 5,6%: i dati su uno standard che decide chi entra e chi resta fuori dagli scaffali
20.000 certificati e una crescita del 5,6% negli audit
IFS Food (International Featured Standards) ha superato i 20.000 certificati a livello globale, diventando lo standard leader in Europa per la valutazione dei fornitori food nella supply chain della grande distribuzione. Secondo quanto emerso dalla IFS CB Conference del 2025, il numero di audit IFS Food è cresciuto del 5,6% rispetto all’anno precedente — un dato che conferma una domanda in continua espansione, non un mercato maturo o in stagnazione.
IFS Food è riconosciuto dalla GFSI (Global Food Safety Initiative), un’iniziativa internazionale che ha reso possibile, per alcuni tra i più grandi retailer europei e internazionali, il riconoscimento di pari validità e interscambiabilità tra gli standard riconosciuti dalla stessa GFSI — riducendo la duplicazione di attestazioni di conformità per prodotti simili tra loro, ma senza eliminare la necessità di possedere almeno uno di questi standard.
Da requisito interno a condizione di accesso al mercato
Un punto spesso sottovalutato da chi si avvicina per la prima volta a questi standard: IFS Food non è un semplice sistema di autocontrollo aziendale interno, ma è diventato, secondo diverse fonti di settore, ‘una conditio sine qua non per accedere a determinati mercati’. Senza questa certificazione, molte aziende non possono nemmeno partecipare alle gare di fornitura della grande distribuzione — non si tratta di un vantaggio competitivo aggiuntivo, ma di un requisito di ammissione al processo stesso.
La GDO italiana ed europea richiede sempre più frequentemente la certificazione IFS Food ai propri fornitori, con le principali catene della grande distribuzione che inseriscono questo requisito direttamente nei contratti di fornitura. Un’analisi di CSI conferma questa tendenza in espansione: ‘sempre più spesso, le richieste di queste certificazioni si estendono anche ai fornitori di prodotti non a marchio, poiché sinonimo di affidabilità e serietà del produttore’ — la certificazione, quindi, non riguarda più solo chi produce private label, ma anche chi vende con il proprio marchio.
La versione attuale: IFS Food v8
Lo standard applicato oggi è la versione IFS Food v8, pubblicata ad aprile 2023. Gli audit secondo questa versione sono possibili dal 1° ottobre 2023, e la v8 è diventata obbligatoria per tutte le certificazioni a partire dal 1° gennaio 2024 — chiunque debba rinnovare o ottenere per la prima volta la certificazione oggi deve necessariamente riferirsi a questa versione aggiornata dello standard.
Lo standard è organizzato in sei capitoli operativi che regolano governance, gestione qualità, gestione delle risorse, processi produttivi, misurazioni/analisi/miglioramento e food defence (protezione da contaminazioni intenzionali) — un impianto che copre l’intero ciclo aziendale, non solo gli aspetti strettamente igienico-produttivi.
Un elemento distintivo rispetto ad altri standard di gestione: la certificazione IFS Food ha validità di un solo anno, e richiede un audit di rinnovo annuale per rimanere attiva. Questo la differenzia nettamente da standard come ISO 9001, che ha validità triennale — la scelta di una periodicità più stretta riflette la specificità della sicurezza alimentare, dove i rischi possono evolvere rapidamente e richiedono verifiche più frequenti.
IFS vs BRC: due standard, la stessa funzione
IFS Food e BRC Food (oggi BRCGS) sono entrambi standard riconosciuti dalla GFSI per la sicurezza alimentare, con requisiti molto simili tra loro. La differenza principale è geografica e storica: IFS ha origine franco-tedesca ed è più diffuso in Europa continentale (in particolare Germania, Francia, Italia), mentre BRC ha origine britannica ed è più utilizzato dai retailer anglosassoni e nei mercati nordamericani.
Molte aziende, in particolare quelle che esportano su più continenti, ottengono entrambe le certificazioni per accedere a mercati diversi. Una particolarità operativa importante: le ultime edizioni dei due standard hanno portato al loro completo allineamento, permettendo l’esecuzione di audit congiunti che conducono al rilascio di entrambe le certificazioni in un’unica visita ispettiva — un vantaggio pratico per le aziende che devono presidiare più mercati con requisiti certificativi diversi.
Un dettaglio tecnico rilevante nel confronto tra i due standard: per la qualifica dei fornitori, lo standard BRC richiede una profondità maggiore nella definizione della periodicità degli audit, con un minimo di 4 verifiche all’anno, oltre a prevedere 8 moduli volontari aggiuntivi che possono incrementare ulteriormente il valore della certificazione per le aziende che scelgono di adottarli.
Perché la GDO preferisce fornitori certificati: la prospettiva del retailer
Dal punto di vista del retailer, affidarsi a fornitori certificati BRC e IFS offre garanzie concrete secondo diverse fonti tecniche del settore: massima sicurezza alimentare, con protocolli rigorosi per evitare contaminazioni microbiologiche, chimiche e fisiche in ogni fase della lavorazione; tracciabilità completa, che consente di risalire con precisione all’origine di ogni lotto in caso di necessità; standard di qualità uniformi, che garantiscono forniture costanti e affidabili nel tempo; e riduzione del rischio per i retailer stessi, perché l’adozione di certificazioni internazionali riduce la probabilità di richiami prodotto e garantisce la conformità alle normative locali.
Un ulteriore vantaggio per i retailer che adottano uno standard condiviso nella valutazione dei propri fornitori: riducono significativamente il ricorso ad analisi di terza parte indipendenti, ottenendo una gestione della supply chain più efficace, con costi complessivi inferiori e un livello di sicurezza alimentare più alto per i consumatori finali — un beneficio economico diretto, oltre che di compliance, per chi adotta questi standard su larga scala nella propria rete di fornitori.
Cosa significa per un produttore alimentare che valuta la certificazione
I dati raccolti offrono alcune indicazioni pratiche. Primo: la crescita del 5,6% negli audit IFS conferma che il mercato della certificazione non è statico — le aziende che non hanno ancora questa certificazione rischiano di trovarsi progressivamente escluse da un numero crescente di opportunità commerciali con la GDO europea.
Secondo: la validità annuale della certificazione IFS (contro la triennale di ISO 9001) implica un impegno organizzativo costante, non un adempimento una tantum — un’azienda che ottiene la certificazione deve mantenere gli standard richiesti in modo continuativo, non solo in vista dell’audit di rinnovo.
Terzo: per le aziende con ambizioni di export su più continenti, valutare fin da subito una doppia certificazione IFS+BRC — sfruttando la possibilità di audit congiunti resa possibile dall’allineamento tra i due standard — può essere più efficiente che rincorrere le certificazioni una alla volta in funzione dei singoli mercati di destinazione.
Quarto: l’estensione della richiesta di certificazione anche ai fornitori di prodotti non a marchio (non solo private label) segnala che nessun segmento del mercato food B2B — nemmeno i produttori che vendono esclusivamente con il proprio brand — può considerarsi esente dalla pressione verso la certificazione formale della qualità e sicurezza alimentare.
Fonti
Next Talent Academy, ‘IFS Food standard: tutto quello che devi sapere nel 2026’ — dati IFS CB Conference 2025. CSI, ‘Certificazioni BRCGS e IFS per Prodotti a Marchio per GDO’. Hideea, ‘Certificazioni BRC e IFS – Standard alimentari a confronto’. AQAGROUP, ‘IFS e BRC per la certificazione qualità nella GDO’ (giugno 2025). CSQA, ‘IFS FOOD’ — scheda tecnica standard. GMT Consulting, ‘Certificazione IFS Food’. Gruppo Azzoni, ‘Certificazioni BRC e IFS: garanzia qualità per la GDO’ (settembre 2025).
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